Giro tantissimo nella mia regione, osservo paesaggi che sembrano quadri di inestimabile valore. Osservo, sono un osservatore e molto attento ai dettagli. Gli sguardi si incrociano, gli occhi ricercano il lato debole o la furbizia, ma anche e soprattutto l'intelligenza dell'individuo che incrocia il mio sguardo. Incontro tantissima gente, la mia videocamera cattura momenti di vissuto quotidiano. Le persone che entrano in quel piccolo schermo mi sorridono, qualcuno fa la faccia, qualcun'altro teme di entrare nel mio mondo, quel mondo raccontato con l'occhio bionico che mi accompagna e che diventa ricordo, memoria di quanto accade. E' la mia vita che procede in vicoli ristretti, quella restrizione mentale e culturale di un popolo “pecora”, abituato alla vasellina, a farsi inculare alla grande per pochi spicci sporchi, di petrolio sporco, di mani pieni di polvere. Pecore, pecore al pascolo, con qualche caprone e muflone pronto a sottomettere la pecora di turno, in fila per 90 euro, meglio che niente, scrive qualcuno.
E mentre tu continui la tua opera, quella sinfonia di quartine e terzine, loro esaltano provvedimenti a favore del popolo pecora, che continua a calare il capo, che si fa ricattare per un brodo a base di bario, mangia e si ingorda fino a pisciare acque di strato e cagare fanghi e fluidi perforanti.
Virulento? Forse, ma è quello che penso.

